Cambridge Analytica – Cosa successe esattamente?

A quasi un mese dalle fine delle elezioni americane di questo 2020, le polemiche ad esse legate non si sono ancora quietate. A dispetto della vittoria ai voti del candidato democratico Joe Biden, ufficialmente nuovo Presidente degli Stati Uniti, l’ex Presidente Donald Trump, il quale era nuovamente in corsa per il partito repubblicano, continua a gridare al broglio elettorale, lanciando ricorsi a destra e a manca e sostenendo a gran voce che i risultati siano stati truccati.

Un lato ironico della situazione è che, mentre per le moderne votazioni non ci sono ancora prove di presunti atti di frode, la stessa salita in carica di Donald Trump, avvenuta nel 2016, era stata al centro di uno scandalo di non poco conto.
Ci si sta qui riferendo al caso di Cambridge Analytica, asceso agli onori ed oneri della cronaca nel 2018, due anni dopo i fatti.
Ma cosa successe di preciso?

Intanto è bene chiarire che cosa sia Cambridge Analytica. È, o meglio era, il nome di quella che fu un’azienda di consulenza di Londra, con diverse filiali in giro per il mondo. Fondata nel 2013, andò in bancarotta appunto nel 2018, proprio a causa delle ripercussioni della bufera mediatica e legale in cui si trovò immischiata.
Ciò che portò allo scandalo si può definire un vero e proprio caso esempio del web 2.0, con le sue nuove metodologie di comunicazione tra utenti e una realtà di condivisione oramai quasi totale di dati in cui, il più delle volte, la privacy non è che un ricordo del passato.

La vicenda ebbe inizio, come si diceva, in occasione della corsa alle elezioni presidenziali americane del 2016. Cambridge Analytica si ritrovò assunta, in qualità di consulente, dal comitato per l’elezione del candidato repubblicano Donald Trump. A quel tempo l’azienda era già in possesso di un database contenente dati e informazioni di natura personale di un imponente numero di utenti del social network Facebook, database che sarebbe stato vitale per la sua attività successiva. Si parlava di diverse decine di milioni di utenti (ben 87 milioni, secondo alcune stime), ossia coloro – insieme ai rispettivi contatti – che si erano registrati tramite log-in, effettuato per mezzo del social, a un’applicazione denominata “thisisyourdigitallife”. Tale app era stata sviluppata dal professor Aleksandr Kogan, ricercatore di sociologia e psicologia all’Università di Cambridge; costui aveva in seguito girato (o, per meglio dire, venduto) la banca dati raccolta a Cambridge Analytica.

La maniera in cui Kogan aveva ottenuto tali informazioni non era affatto fraudolenta: come chiunque desideri pubblicare una propria applicazione sul social network, egli aveva fatto regolare richiesta a Facebook, ottenendone il permesso. Persino la ragione per cui il professore intendeva originariamente utilizzare suddetti dati non pareva controversa, dal momento che, a quanto sosteneva, era a scopo di ricerca per i suoi studi.
Insomma, nessuna falla nel sistema o un’azione compiuta da hacker malvolenti, bensì una realtà in cui i dati dei fruitori divengono alla mercé di chi vi riesca a mettere sopra le mani, con come ostacolo pochi e spesso nebulosi strati di burocrazia e termini di condotta per le aziende.

Nel corso della campagna presidenziale questa mole di informazioni fu usata per calibrare, tramite Facebook, una comunicazione specificamente indirizzata alle persone in oggetto.
I bot programmati dai tecnici di Cambridge Analytica proponevano agli utenti, in momenti specifici decisi per mezzo di algoritmi comportamentali, post o articoli atti a indurre gli indecisi e coloro che già simpatizzavano per Trump a favorire la sua politica. Principalmente ciò fu ottenuto a suon di diffusione di bufale e fake news che screditavano Hillary Clinton oppure, al contrario, mettevano in buona luce il candidato repubblicano.

Il vespaio riguardante le presunte azioni scorrette di Cambridge Analytica venne scoperchiato solo nel marzo 2018, due anni dopo l’effettivo avvenimento delle situazioni contestate. Il merito fu di un cosiddetto “whistleblower” – insomma, un informatore interno. Il suo nome era Christopher Wylie, uno degli originali membri fondatori, il quale fornì a diversi quotidiani (i britannici The Guardian e The Observer e lo statunitense The New York Times) tutta una serie di documenti concernenti il caso.

A seguito della pubblicazione degli articoli di tali giornali, anche altri ex esponenti dell’azienda si distanziarono dalla società e da quanto era accaduto, prendendo parte al dibattito in vari modi e in alcuni casi persino denunciando apertamente il comportamento dell’organizzazione, attribuendolo non tanto a un’eccezione isolata quanto a un vero e proprio modus operandi dei piani alti.

Fumetto satirico ad opera di Joe Heller, vignettista statunitense, sulla vicenda di Cambridge Analytica e Facebook.

Tra costoro vi è stata Brittany Kaiser, colei che fu direttrice del settore business di Cambridge Analytica. Nel suo libro Targeted, pubblicato nel 2019, ella ha provato a raccontare i processi mentali che l’hanno condotta a divenire complice di questa manipolazione di opinioni su larga scala. “Vivevo in una bolla: un mondo seducente nel quale avevo accesso a gente molto potente”, rivela in un’intervista. Alexander Nix, presidente della compagnia, non trovava nulla di male in ciò che facevano: era semplicemente il loro lavoro. Per quanto riguarda la Kaiser, però, “[…] vedevo quello che Trump diceva e faceva, sapevo che lo avevamo aiutato e non potevo essere contenta. Sapevo che eravamo una società che non si limitava a diffondere quei messaggi: li aveva creati”. Continua poi dicendo come il caso delle elezioni del 2016 non fu che uno tra i tanti in cui la sua azienda era coinvolta, avendo le mani in pasta a diverse elezioni (ma anche progetti commerciali) in diverse nazioni, e prosegue parlando di ciò cui gli utenti possono andare incontro sulle reti sociali: “[…] ogni informazione che passa dal tuo smartphone o dalle carte di credito […] finisce nel tuo profilo personale. E quello che vedi sullo schermo è fatto per influenzare il tuo giudizio. […] I risultati, le pubblicità, gli articoli che ti arrivano sono messi lì con un proposito, non c’è niente di casuale. Non te ne rendi conto, ma sei bersaglio di strategie sofisticate”. [1]

Alla fine dei conti, le conseguenze per enti e persone fisiche direttamente coinvolte in questa sorta di “datagate” furono minime. Come detto poc’anzi, l’azienda andò in bancarotta a distanza di pochi mesi dalla pubblicazione delle inchieste sui quotidiani, e alcuni membri chiave (come appunto Alexander Nix, CEO della compagnia al tempo della bufera) ricevettero accuse di condotta impropria, finendo per venire interdetti da posizioni dirigenziali in altre società per una certa quantità di tempo. Ciò nonostante, diversi altri personaggi di punta e dipendenti (tra cui lo stesso Nix, prima delle deliberazioni della corte a suo sfavore) si limitarono semplicemente a cambiare compagnia, approdando per la maggior parte a Emerdata, azienda più piccola operante circa nel medesimo settore di Cambridge Analytica, in cui si riciclò più di un membro della suddetta defunta società.

Il caso di Cambridge Analytica è stato una dimostrazione chiara e lampante dei potenziali pericoli del web 2.0. nel merito del trattamento dei dati personali degli utenti, i quali, dietro le quinte delle grandi aziende che si occupano di gestire il traffico Internet di milioni di persone, possono ritrovarsi con facilità nelle mani di chi possa volerli sfruttare, principalmente per motivi economici, ma anche a fini politici.
Le persone che hanno finito per essere “vittime” di tale sistema di propaganda mirata non avevano spontaneamente scelto di farne parte. Si erano limitate a consentire l’accesso al proprio profilo da parte di un’applicazione apparentemente innocua su un social network, probabilmente senza nemmeno dare un’occhiata ai termini per l’iscrizione a detto servizio, o tutt’al più fornendovi un’attenzione superficiale (cosa che fa la grande maggioranza degli utenti). Avevano, insomma, aderito a una sorta di “non contratto” – secondo la terminologia utilizzata da sociologi come Shoshana Zuboff -, immettendosi tra le ruote di un ingranaggio in cui le loro informazioni non sarebbero più state “proprie”, ma alla mercé di chi, con sufficienti mezzi o particolari fini, avrebbe voluto manipolarle per i propri scopi.

Difficile dire se anche la situazione delle elezioni contemporanee farà emergere intrallazzi simili. È fuor di dubbio che i comitati a sostegno di entrambi i candidati abbiano fatto uso di propaganda virtuale di varia natura, essendo oramai parte integrante delle battaglie politiche di ogni dove; ma se essa abbia superato determinati limiti legali o morali, o se ci siano stati brogli di un qualsiasi tipo nel merito dell’ottenimento di voti di questo o quel candidato, sarà compito delle corti e dei giornalisti americani appurarlo. Per quel che ci riguarda, non rimane che sperare che il polverone di Cambridge Analytica rimanga un caso isolato piuttosto che la norma, pur consci che l’intromissione tecnologica progressiva in ogni aspetto delle nostre vite ci renderà bersagli sempre più vulnerabili a magheggi di questo genere.

[1] Massimo Gaggi, L’ex ragazza di Cambridge Analytica «Manipolavamo tutto: voti, comportamenti e coscienze», da “Corriere.it”, 15/11/2019, https://www.corriere.it/sette/esteri/19_novembre_15/ex-ragazza-cambridge-analytica-manipolavamo-tutto-voti-comportamenti-coscienze-b754fc80-055d-11ea-a1df-d75c93ec44da.shtml

 

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