Nell’era Covid – Quando la vita non cambia

Mi presento: mi chiamo Lorenzo e sono uno studente universitario. Aspirante scrittore, aspirante autore di fumetti, aspirante giornalista (probabilmente freelance), aspirante traduttore, aspirante doppiatore. Un discreto numero di aspirazioni.

Come tutti sono stato certamente affetto, in qualche modo, dalla situazione presentatasi con la pandemia mondiale di questo 2020. C’è però una cosa che mi distingue da quella che probabilmente è la grande maggioranza delle persone, in merito: la mia vita, la mia routine, il mio modo di approcciarmi alla quotidianità non sono cambiate quasi di una virgola. Anzi, si può dire che ci siano aspetti che preferisco ora rispetto a quando vi era la “normalità”.

Una parete della mia stanza con, in primo piano, il mio avatar personale. Uno scenario che utilizzo spesso per i miei video su YouTube.


Ora, non voglio che mi si fraintenda. Non sono un sadico che si diverte a vedere il mondo andare in fiamme. Inoltre, come si può dire per una larga fetta della popolazione, anche per me ci sono state persone più o meno vicine, famigliari o meno, che hanno avuto a che fare faccia a faccia con il Covid 19 o problematiche da esso derivate. È naturale che, se improvvisamente mi trovassi nei panni di un demiurgo plenipotenziario della realtà in cui viviamo, riporterei la situazione sanitaria al suo normale assetto.

Sono però ciò che, in gergo comune, si potrebbe definire un “pantofolaio”. Forse persino un po’ “orso”, socialmente parlando. Mi avventuro raramente fuori di casa (salvo in casi in cui abbia commissioni o conti in sospeso da sistemare), gran parte delle mie interazioni avviene per via telematica, non ho veri e propri amici nella “vita reale”, non ho una relazione sentimentale (né l’ho mai avuta) e in generale mi trovo confortevole semplicemente tra le mura domestiche.

In base a questo ritratto, è possibile che salti alla mente una parola, ai lettori con un minimo di familiarità con la cultura giapponese: hikikomori, vale a dire quei reclusi sociali, principalmente nel range d’età dai 16 ai 30 anni, che tagliano i contatti con il mondo esterno, passando il tempo principalmente a oziare nella propria stanza o a leggere fumetti.

Per quanto non neghi che tali passatempi abbiano una loro attrattiva anche dal mio punto di vista, non posso però dire, in tutta onestà, di rientrare nella categoria. Fortunatamente, aggiungerei, dal momento che in gran parte dei casi tale stile di vita arriva ad assumere i connotati di un disturbo mentale.
Mi mantengo, infatti, in attività cerebrale con diversi impegni che non siano la mera fruizione passiva di materiale d’intrattenimento. Primo fra tutti: gli studi universitari, naturalmente. In secondo luogo, la mia attività su YouTube: gestisco infatti un canale (il quale, al momento in cui sto scrivendo, conta più di 11.500 iscritti) dedicato principalmente a doppiaggi e recensioni, contenuti ovviamente da me confezionati. Mi adopero poi nella scrittura, che sia di articoli sul mio blog oppure di progetti per il momento ancora work in progress: bozze di libri, fumetti, storie, racconti, e così via.
Ma non di sola mente vive l’uomo, e in effetti non trascuro neppure il corpo: pratico attività sportiva con regolarità e, per quanto forse non mi si possa definire un atleta, sono in forma fisica ragionevolmente discreta.

Queste poche parole ritengo che bastino a creare uno spaccato a grandi linee, pur certamente con le sue lacune, della mia persona. Naturalmente senza andare troppo a scavare nel merito di interessi, passioni e via dicendo, ché non voglio scendere eccessivamente nell’autobiografico spicciolo. Anche perché l’ho sempre ritenuto un genere in cui personalmente non avevo molto da dire, al contrario invece di altre tipologie letterarie.

Per alcuni, il ritratto fin qui dipinto potrebbe apparire triste: senza amici che non siano virtuali, senza legami amorosi, quasi tutto il giorno passato tra le mura domestiche, davanti a un monitor o a leggere. Eppure, posso assicurare che la mia salute mentale non ne risente. O perlomeno, questa è la mia personale percezione. Chi può dire di sapere, in ogni dettaglio, cosa si nasconde davvero fin nei meandri più oscuri del proprio animo?

Sia come sia, non vivo il fatto di condurre un’esistenza da “semi-recluso” né come una sofferenza né come un qualcosa di cui vergognarmi. Ho una famiglia tutt’altro che disfunzionale e, in particolare con i più vicini membri di essa, ho un rapporto molto stretto. Ho un animale domestico, un cane, e chiunque ne abbia uno sa bene quanta compagnia possano dare queste creature. Le mie interazioni virtuali, ramificate tanto per semplice svago quanto per fini “lavorativi”, risultano sufficienti per appagare le mie pulsioni sociali. In ogni caso, non sono mai stato un individuo eccessivamente desideroso di intessere particolari rapporti con il prossimo.

Sono soddisfatto del modo in cui conduco la mia esistenza. Sarà pigrizia mentale o quel che volete, ma non ardo dalla voglia di cambiarmi come persona. Naturalmente non dico che sarà così per sempre, che non muterò mai abitudini. Né lo desidererei. Tutto scorre, nulla resta uguale. Il futuro è un portale oscuro che conduce verso una dimensione ignota in cui il mistero di ciò che si nasconde dietro qualsiasi angolo pervade ogni dove.

Però, almeno per ora, questa è la mia quotidianità. E, per ricollegarsi al discorso iniziale, la era da ben prima dell’arrivo della pandemia che ha sconvolto le vite di centinaia di milioni di persone in tutto il globo. Per via della mia routine, non ho praticamente avvertito la differenza rispetto al periodo precedente a tutta questa situazione. Persino in epoca di quarantena, per quanto la cosa sia stata più notabile (quantomeno tramite mia madre), ho continuato come ho sempre fatto: studiando, leggendo, usufruendo di intrattenimento variegato su YouTube e altre piattaforme, lavorando a diversi progetti personali.

Esempio di una delle varie attività con cui mi intrattengo: il doppiaggio.

Per certi versi, poi, ci sono lati del vivere in una pandemia che prediligo. Ad esempio, gli esami universitari. Vivendo in campagna, l’idea di alzarsi presto, dirigersi verso una fermata dell’autobus a un chilometro di distanza, aspettare l’arrivo del mezzo pubblico, per poi passarvi sopra circa mezz’ora al fine di recarsi al luogo in cui l’esame si terrà, attendendo il proprio turno in un’aula o un corridoio, il tutto magari con il freddo dell’inverno imperante… Ecco, non è mai stata una prospettiva accattivante. Con la modalità a distanza via webcam in qualità di prassi predefinita, però, è decisamente tutto un altro vivere. Il potersi svegliare anche appena una mezz’ora prima del momento dell’esame, vestendosi e sistemandosi quel tanto che basta per risultare presentabili, il tutto rimanendo nel caldo e nel comfort della propria casa… È decisamente un’esperienza preferibile. Non trovate?

Sia chiaro. Non è mia intenzione sostenere che la mia comodità sia più importante della vita di migliaia di persone, o del disagio che stanno vivendo intere categorie di lavoratori come dottori, infermieri, ma anche commercianti e altri, in un periodo nero quale questo è per il sistema sanitario e le attività economiche. Come dicevo all’inizio: se fosse possibile far passare questa situazione con una bacchetta magica, chi non ne usufruirebbe…

Però, in fondo, cosa c’è di male nel guardare anche ai risvolti possibilmente positivi di una circostanza tragica? “Non può piovere per sempre”, diceva Brandon Lee nel film Il Corvo. Anche quando tutto sembra oscuro e negativo, c’è sempre uno spiraglio positivo a cui aggrapparsi. L’importante è non mancare di rispetto alla sofferenza altrui.

Quindi sì. Il fatto di stare vivendo in un’epoca caratterizzata da una minore necessità di spostarsi fisicamente da un luogo all’altro non è per me fonte di particolare disagio. Si può dire persino che trovi piacevole il sentirmi più “legittimato” nell’essere quell’ “antisociale” che sono abituato ad essere.
Significa forse che preferirei che questa situazione di emergenza non finisse mai? Ovviamente no. C’è una scala di valori in ciò che è più o meno importante nella vita, e il fatto di uscire a testa alta da questo periodo infausto è senza dubbio una priorità prima di qualunque altra. Tanto più che per quanto, da come si è compreso, non ami eccessivamente la socializzazione interpersonale, persino a me ogni tanto capita di poterla avere quantomeno come possibile opzione, piuttosto che escluderla a priori.

Dunque, per coloro che sono come me, io dico: non sentitevi in colpa se “ve la state godendo” almeno un poco, in tutto ciò. Non significa che state disprezzando le circostanze poco allegre che stanno avvenendo nella nostra penisola e nel mondo intero. Tutti hanno la propria “zona di comfort”, e non c’è alcunché di strano se la vostra prevede l’avere pochi contatti con l’esterno. Possibilmente fintanto che questa preferenza non si trasformi in ossessione.

Essere sé stessi non è un reato… Salvo che l’esserlo non implichi il commettere effettivamente dei reati!

 

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