“Il giro del mondo in 80 giorni” del Sotterraneo – Risate, pop, gioco e riflessione

Stamattina ho assistito a una rappresentazione teatrale, nel cosiddetto Teatro al Parco della mia città.
E dato che ho aperto questo blog al fine di realizzare recensioni su qualsiasi opera di ingegno che sollevasse il mio interesse, ecco qua a voi il mio giudizio sullo spettacolo intitolato Il giro del mondo in 80 giorni, della Compagnia teatrale Sotterraneo.

La locandina del progetto.

Innanzitutto, proviamo un po’ a definire: entro quali canoni si inscrive la rappresentazione “Il giro del mondo in 80 giorni” del Sotterraneo?

Senza dubbio si può dire che appartiene al filone sperimentale del teatro moderno.
È un esercizio di ipertestualità, di cui sfrutta i meccanismi al fine sia di raccontare (seppur in modo oculatamente e opportunamente adattato) la storia di uno dei più famosi romanzi d’avventura dell’800, sia per veicolare un messaggio di satira sociale.

È un esercizio di stile, un calderone in cui vengono sapientemente miscelati meccanismi tipici dei giochi di ruolo, dei giochi da tavolo e dei videogame.
L’interpretazione di personaggi, cosa ovviamente necessaria nelle rappresentazioni teatrali, viene qui massimizzata all’ennesima potenza, in quanto due soli attori (alle volte raggiunti in scena da piccoli cammei) recitano l’intero campionario delle parti, talvolta diversificando l’interpretazione semplicemente cambiando brevemente locazione sul palco e tono di voce per mostrare un dialogo tra due persone differenti. Forse nulla di originale, ma comunque una prova di poliedricità sempre valida.
In scena è presente un tabellone con una raffigurazione di una carta geografica del mondo, che funge da “tavolo di gioco” in cui carte di vario genere, che rappresentano i personaggi o gli avvenimenti, vengono ivi appuntate man mano che la narrazione prosegue.
Sono poi presenti anche vari riferimenti ai videogiochi, come le “barre di energia”, e una simpatica citazione alla serie Super Mario Bros.

In scena!

A tutto ciò si aggiungono due fattori che sono colonne portanti del progetto: la cultura pop e l’interazione con il pubblico.
Già, perché i 75 minuti circa della rappresentazione sono intrisi di riferimenti all’attualità e alla cultura contemporanea, che uniti a un costante coinvolgimento del pubblico (in cui esso è sì complice e partecipe, ma non propriamente “attore” a sua volta), tipicamente sotto forma di quiz, coadiuvano una concezione di teatro che vada oltre la cosiddetta “rottura della quarta parete”, ma che anzi questo muro non lo presupponga affatto.
Daniele Villa, Sara Bonaventura e Claudio Cirri, le tre principali “firme” dell’adattamento, propongono qui un intrattenimento non fine a sé stesso, ma ragionato e trasmissione di una gamma di sensazioni ed emozioni che vanno dalla più pura positività (la risata quasi certamente vi coglierà in più momenti dello spettacolo) a una decisamente maggiore ambiguità (come vedremo tra un attimo), tanto che non sarà neppure improbabile provare quasi come un senso di disagio in determinate scene.

Prima di chiudere, parliamo un momento di una delle gag ricorrenti che potrebbe suscitare più perplessità.

Se non avete ancora visto lo spettacolo e non volete rovinarvene la sorpresa, potete passare direttamente all’ultimo paragrafo.

Come forse saprete e forse no, al tempo in cui Jules Verne scrisse “Il giro del mondo in 80 giorni”, la concezione del “politically correct” era ancora ben lungi a venire, tanto che nel suo operato si possono scorgere alle volte dichiarazioni che, normalissime per la forma mentis dell’epoca, al giorno d’oggi sono di più difficile digeribilità (come la lode al “genio coloniale britannico”).
Ebbene, quando nel corso della rappresentazione vengono dagli attori citate parti del materiale originale che contengono queste dichiarazioni, entra sulla scena un figuro biancovestito con un cappuccio a punta, che va ad attaccare, tra le proteste dei due performers principali, un cartellino di “bonus razzismo” sul tabellone.
Questo espediente è più in là usato, una volta ottenuti un buon numero di “punti razzismo”, per proporre un vero e proprio quiz al pubblico, come sorta di test al fine di “entrare a far parte del Ku Klux Klan”.
Tanto per semplificare e riassumere: “Che ne pensate degli omosessuali? Culattoni, contronatura o pederasti?”; o ancora “L’emergenza migranti? Spariamo ai gommoni, aiutiamoli a casa loro?”. Eccetera.
Ora, non fraintendetemi: personalmente non ho NIENTE contro questo pezzo, trovo che sia brillante per come è scritto e inserito nella storia. Una provocazione bella e buona che veicola una satira “dura e pura”, senza riserve né buonismi.
Però… Però.
Nella replica a cui ho assistito insieme ai compagni del corso universitario, c’erano anche almeno un paio di classi di scuola media. E da un certo punto in poi, il personaggio del Ku Klux Klan è praticamente diventato l’interprete più amato della rappresentazione, applausi scroscianti e risate da parte dei ragazzini ad ogni sua apparizione e battuta, e anche nel momento del quiz, con tutta la sua cruda esposizione, si è verificata una partecipazione da parte degli scolari assolutamente entusiastica, a chi tirava su le mani con foga al “culattoni” o allo “spariamo ai barconi” et similia, da divenire quasi… Disagiante, per così dire?
E, ancora, non fraintendetemi, io sono assolutamente contrario alla censura, ma lo stesso Daniele Villa ha ammesso che nella versione destinata ad essere rappresentata per scuole elementari le parti in questione sono state rimosse, dunque non si è certo gli unici a farsi due domande su quello che possa esserne l’effetto.
Ciò che voglio dire in merito non è che, senza sé ma però ordunque, dette scene debbano essere immantinente e senza indugio rimosse nella loro interezza anche per i ragazzi delle medie; solo che magari per costoro meriterebbe un anche piccolo riadattamento, un qualcosa di meno aggressivo che non distrugga del tutto l’intento satirico di base, ma che si esprima in forme meno “irruente” rispetto a quella che può essere la rappresentazione per un target più maturo, più facilmente in grado di cogliere l’ironia e lo scherno dietro a questo processo.
Non che i ragazzini delle medie siano per forza stupidi o non in grado di metabolizzare quanto viene veicolato, “ma però”…

In conclusione, il mio consiglio è, se siete appassionati di teatro (o anche no) e se vi capita di trovarvi in zona di una rappresentazione della Compagnia Sotterraneo, di assistere al loro “giro del mondo”.
Un’esperienza piacevole, divertente, che alterna leggerezza a riflessione tra le righe, una performance stilisticamente e narrativamente degna di nota e di attenzione.

Per le prossime date relative allo spettacolo, questa è la sezione del sito su cui andare, mentre la pagina Facebook del Sotterraneo su cui seguire i loro aggiornamenti la trovate qui.

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