Tokyo Ghoul – Bello come dicono tutti, o penoso come dicono tutti?

Quest’oggi concentriamo il nostro occhio critico su Tokyo Ghoul, serie anime del 2014 prodotta da Studio Pierrot (quello di Naruto, per intenderci) e arrivata in Italia grazie a (o per colpa di, a seconda dei punti di vista) Dynit.
In questo articolo mi concentrerò principalmente sulla prima stagione animata, anche perché la seconda non l’ho ancora vista. Il manga invece lo sto leggendo, dunque potrebbe capitare di fare eventuali paralleli.


Difficile non citare in una recensione su tale opera l’annosa e mai del tutto sopita questione del:
Tokyo Ghoul: Capolavoro o schifo totale?“.

Come d’altronde in molti contenziosi, “in medio stat virtus”, la virtù sta nel mezzo.
Senz’altro chi lo apostrofa come capolavoro o miglior anime che abbia mai visto in vita sua, o codesta persona ha visionato solo Tokyo Ghoul nella sua “carriera”, oppure è dotata di poco senso critico che offusca la sua effettiva percezione sulla reale “bontà” della cosa. Non che non possa piacere a livello puramente soggettivo, sia chiaro.
Senza contare che il discorso vale pure all’inverso. Anche il definire Tokyo Ghoul con epiteti quali “il male dell’animazione giapponese”, “il peggior anime di sempre” e simili è un’esagerazione bella e buona, suvvia. C’è molto molto molto molto molto molto di peggio in giro.
In qualsiasi campo, gli estremi, da una parte o dall’altra, raramente sono la risposta più adeguata e sensata.

Ma iniziamo a parlare di tal benedetto TG, che in questo caso non è un programma televisivo di informazione (o disinformazione) giornalistica.
Come stile della serie, Tokyo Ghoul si presenta quale seinen (termine giapponese per i prodotti rivolti a un pubblico maturo) alla Kiseiju (consigliatissimo, questo, sia in versione manga che anime, sebbene il manga sia probabilmente più incisivo a livello di tematiche; a proposito, non mancate di seguire la serie sulla piattaforma gratuita VVVVID, in cui, a seguito della sua trasmissione sottotitolato, sta venendo doppiato anche in italiano): creature non umane che divorano le persone, un protagonista che si trova coinvolto suo malgrado divenendo un essere a metà tra le due specie, combattimenti, un po’ di splatter. Queste sono le caratteristiche che accomunano le due opere. L’ispirazione di Tokyo Ghoul da Kiseiju è evidente, ma non tanto da far gridare al plagio, come molti sostengono.

Mi accorgo però di non aver ancora parlato della trama. Rimediamo subito.
Ken Kaneki è un ragazzo giapponese come tanti: va all’università, ha un migliore amico, gli piace leggere e si è preso una cotta per una ragazza che vede al bar tutti i giorni. La sua felicità schizza alle stelle quando riesce finalmente a parlare con detta ragazza, scoprendo di avere in comune la passione per la lettura, e questa lo invita a uscire. La trama da commedia romantica adolescenziale andrà però a farsi friggere nel momento in cui la cotta di Kaneki si rivelerà un “ghoul”, ovverosia una creatura identica esteriormente a un essere umano, ma in grado di cibarsi unicamente di persone. Prima che Ken possa venire orrendamente divorato, però, i due vengono coinvolti in un incidente, la ghoul decede e in ospedale, per salvare la vita del ragazzo, egli viene sottoposto a un’operazione che gli fa avere alcuni degli organi della ragazza. Da quel momento in poi diventerà per metà ghoul, incapace di mangiare altro che non sia carne umana, e si troverà costretto ad addentrarsi in un mondo di cui finora non aveva nemmeno sospettato l’esistenza…

Disvelata la trama, o perlomeno il suo inizio, disquisiamo ora sui personaggi.
Il protagonista, Ken Kaneki, è un individuo alquanto piatto e piagnucoloso, poco attivo (quasi sempre, almeno), il classico “bravo ragazzo della porta accanto”. Solo nell’ultima puntata della prima stagione diventa “qualcos’altro”… Ma meglio non approfondire troppo, un po’ perché la cosa non ha granché senso, un po’ perché sarebbe spoiler.
I personaggi sono perlopiù abbastanza standardizzati (la tsundere aggressiva, il cattivo – o “i” cattivi – che diventa buono, ecc.) o comunque non troppo approfonditi. Di decente c’è forse forse, almeno un pochettino, ogni tanto, Amon, l’investigatore anti-ghoul, e poi personalmente parlando a me è piaciuto abbastanza anche Mado, il collega di Amon, seppur a conti fatti sia in pratica poco più che un poliziotto sadico e un po’ psicotico. Gli altri sono poco presenti o non pervenuti, almeno nella prima stagione.

Come ritmo generale la serie risente della durata di dodici episodi, una durata purtroppo tipica delle stagioni delle serie anime degli ultimi anni, legata a motivi produttivi alla base di cui comunque non ho voglia di parlare in questo articolo. Varie situazioni che nel manga sono più approfondite (anche se a volte pure fin troppo) vengono qui accelerate o rimontate, questo a discapito, spesso, della comprensibilità delle situazioni e del senso insito nei comportamenti dei personaggi. Non che, comunque, anche nel fumetto non ci fossero alle volte momenti un po’ “wtf”.

Tanto per dirne una: vi fidereste voi ciecamente di un tipo con un ghigno del genere? Uno da cui chiunque vi mette in guardia, e che poi vi invita a casa sua? Bene, Kaneki lo segue… E non finisce bene, per lui.

Detto ciò, è davvero tutto da buttare? Non direi.

I pochi (un po’ troppo pochi) momenti di introspezione del protagonista non sono gestiti tanto male, i suoi colloqui mentali con Rize (la ghoul morta i cui organi sono stati in lui trapiantati) sanno essere interessanti e, sebbene i tormenti interiori siano spesso sacrificati a discapito di una deriva “alla battle shonen”, oppure alle volte soffrano di un po’ di linearità nella loro gestione, riescono a comunicare in modo sufficiente ciò che vogliono esprimere.
In particolare l’episodio 12, l’ultimo, è allo stesso tempo il migliore della serie, e ben gestito sotto vari punti di vista, dalla regia alla scelta delle OST nei momenti giusti. Peccato che si fermi proprio quando le cose iniziano a farsi interessanti.

Le animazioni e i disegni (questi ultimi nel manga li trovo di uno stile interessante e che sa differenziarsi dalla massa, alle volte grezzi alle volte molto definiti, ma mai “brutti”) non sono delle eccellenze, ma si attestano sulla media e regalano anche discrete scene d’azione, seppur accompagnate alle volte da altre in cui qualche frame in più non sarebbe guastato. La colorazione dispone di toni accesi e variegati, piacevoli a vedersi.

In definitiva, “Tokyo Ghoul” è una serie che fin dal media di provenienza, il manga, non si presenta come opera magna, ma che regala un buon intrattenimento a chi riesce a seguirlo nonostante i difetti (di gestione dell’anime o alle basi della serie stessa), e fornisce quanto basta a livello di tematiche (quando vengono trattate), musiche (molto orecchiabili la opening e la ending, sufficientemente buone le OST) e personaggi (i pochi davvero caratterizzati), da non essere poi disprezzabile.

Un consiglio, soprattutto per chi ha già visto la serie: fatevi un favore e guardatevi Tokyo Ghoul in 5 minuti del gruppo di doppiaggio Orion, realizzato originariamente dallo Youtuber britannico Gigguk. Davvero, fa spanciare ed evidenzia tutte le carenze dell’opera.

Voto finale: 6/10

perché in fondo come opera di intrattenimento fa il suo dovere quanto basta.

2 Risposte a “Tokyo Ghoul – Bello come dicono tutti, o penoso come dicono tutti?”

  1. Sono d’accordo quasi su tutta la linea.
    Io sono riuscita di fatto a seguire Tokyo ghoul sia in versione anime (prime stagioni), che in versione manga fino a buona parte di Tokyo Ghoul: re.
    Ma già dall’inizio erano evidenti le carenze narrative, per carità ha dei buonissimi punti a suo favore , soprattutto a livello psicologico con tematiche accattivanti come l’emarginazione e la discriminazione.
    Ma a conti fatti è una serie piuttosto povera e spesso piena di lunghissime e fini a se stesse scene action.
    In definitiva a mio parare la narrativa seppur con buoni intenti è piuttosto inconsistente.

    1. Già, la narrativa è forse una delle cose che mi convincono meno. Non so nemmeno se saprei esattamente identificare di preciso esempi, ma mi è capitato spesso (soprattutto nella prima serie manga) di perdere il filo delle vicende, non ricordarmi esattamente chi fossero certi personaggi o di eventi che venivano citati, di non restare pienamente coinvolto nelle vicende anche quando, almeno sulla carta, avrebbero dovuto essere interessanti. C’è qualcosa alla base dell’esposizione in sé che non mi convince pienamente.

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