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Consapevolezza di Essere – CreepyPasta

 

Puoi trovare l’audioracconto a questo indirizzo:

Brandon era un individuo ordinario. Nessuno dei suoi vicini di casa avrebbe mai detto nulla di male su di lui. Anche perché pochi, tra di essi, sapevano della sua esistenza in primo luogo, e in ancora meno conoscevano il suo nome. D’altronde, questo è uno dei prezzi del vivere in una grande città. Non che a lui dispiacesse, anzi.

L’esistenza di Brandon scorreva senza intoppi, per quanto non potesse essere definita di successo. Ogni tanto si adoperava in qualche lavoro saltuario, il minimo indispensabile per sbarcare il lunario e non morire di fame. Insomma, una vita a modo suo tranquilla. Niente relazioni, niente figli, niente responsabilità… Oltre a una schizofrenia imperante e qualche brutale omicidio ogni tanto.

Già. Brandon aveva il piccolo vizietto, se così si può dire, di andare circa una volta a settimana in giro per la città, in cerca di vittime. Il desiderio di imbarcarsi in questi rendez-vous era spesso e volentieri intensificato dalle sue funzioni neurologiche afflitte da un disturbo dissociativo, il quale spesso si manifestava… Nella forma di un corvo.

“Se lo meritano”. A volte gracchiava il corvo. “Hai fatto bene”.

Mentre Brandon affondava il suo coltello nelle carni di ignari passanti, prostitute solitarie o padroni delle case in cui penetrava, la voce del corvo gli rimbombava nella testa con particolare veemenza. Ogni volta i suoi commenti gli davano sempre più la carica per commettere nuovi atti scellerati.

A dispetto di quello che si potrebbe pensare di una persona che si ritrovi in un tale turbine psicologico, però, Brandon era particolarmente lucido, perlomeno in alcuni momenti. Gli capitava spesso di interrogarsi tra sé e sé.

“Quindi… Questa è la mia vita? Questo è ciò che sono? Questo è tutto ciò che posso essere?”

Il pensiero che la sua condizione lo facesse agire al di fuori di ogni criterio e assennatezza lo ossessionava. L’idea che la sua intera esistenza fosse condizionata da un filo oscuro che lo portava ad essere una persona che non sarebbe mai stata altrimenti lo faceva letteralmente impazzire.

Fu così che, infine, rimuginamenti dopo rimuginamenti, si decise.
Dopo avere opportunamente preso appuntamento, si recò da uno psicoterapeuta.

Sin dalla prima seduta, Brandon si aprì senza pudore.

“Buongiorno, desidero guarire dalla schizofrenia”.

Brandon era un tipo molto diretto, senza alcun pelo sulla lingua. Il terapista sulle prime rimase naturalmente sorpreso da tanta candida franchezza ma si riprese presto instaurando un discorso serio e conciso.

“Signor Pirk, lei è venuto spontaneamente da me, e questo è già un passo nella direzione giusta. Ma per correttezza, prima di iniziare una qualunque terapia, desidero essere trasparente con lei. Probabilmente già lo sa, ma non si può “guarire” dalla schizofrenia. Si può tutt’al più tenerla sotto controllo. È una battaglia continua e sfiancante contro la propria psiche in frantumazione. Io farò tutto ciò che è in mio potere per accompagnarla in questo viaggio, ma saranno la sua perseveranza e la sua volontà a dover fare la maggior parte del lavoro con qualsivoglia terapia intraprenderemo.”

E la “profezia” si avverò.

Furono tempi difficili. I meandri della psiche di Brandon si contorcevano impetuosamente come un serpente le cui spire scattano freneticamente. Un buco nero di oscurità iniziò ad opprimerlo ogni giorno con la forza di gravità imposta da uno stato mentale corrotto che tenta di ricomporsi in una parvenza di lucidità. Le sue voci lo tormentavano sempre più.

“Perché vuoi farlo, Brandon? Noi siamo compagni. ‘Guarigione’? Mai più! Mai più!”

Ma lui era deciso. Non avrebbe più permesso a qualcosa di fuori dal suo controllo di condizionare la propria vita. Non intendeva più sottostare alla consapevolezza di stare conducendo un’esistenza su cui non aveva piena libertà di scelta.

La terapia continuò per diversi mesi. I suoi impulsi perseveravano nel manifestarsi, ma nel giro di qualche tempo le dosi di farmaci che Brandon prendeva cominciarono a stabilizzarsi, e dopo un po’ egli iniziò a intravedere una luce fuori dal tunnel.

Alfine, durante l’ennesima visita di routine dallo psicoterapeuta, una lieta novella.

“Signor Pirk, lei ha fatto incredibili progressi. Non avevo mai visto qualcuno con una tale forza di volontà nel seguire la terapia prescritta. Sono fiero di lei. Naturalmente questo non significa certo che lei sia ‘guarito’ o che dovrà cessare di seguire la-“

“La interrompo qui, dottore”, disse Brandon improvvisamente. “Le sono molto grato per ciò che ha fatto per me, ma prima di qualunque altra cosa, devo esprimere ciò che provo.”

Brandon era euforico, al settimo cielo. Sentiva di essersi liberato da un peso e di potere finalmente iniziare a vivere la vita così come voleva lui.
O, forse sarebbe meglio dire… Continuare a vivere la vita come voleva lui.

“Vede, dottore.”, proseguì Brandon. “Mi sono sempre considerato un prigioniero. Incatenato in un ruolo che non mi apparteneva da parte di un oscuro passeggero che mi spingeva ad avere pensieri indicibili. Pensieri che non erano i miei.”

Il terapista continuava ad ascoltarlo con molta attenzione. D’altra parte era il suo lavoro. Inoltre, era consapevole che quel momento fosse particolarmente catartico per il suo paziente, sebbene non immaginasse QUANTO.

Dopo una breve pausa, Brandon continuò.

“Non sono stato una brava persona nei miei anni di vita, oh no. Ho commesso un sacco di azioni riprovevoli. Naturalmente, ho sempre ritenuto che la colpa di ciò fosse del mio disturbo. Come non avrei potuto? Però, da quando le cure hanno iniziato a fare effetto, da quando non sento più tutte quelle voci nella mia testa, da quando sono… Libero. Mi sono accorto di una cosa. Il mio animo è leggero. Ma… Nel profondo… Non sono cambiato nemmeno un po’. E la sa una cosa? Ora che so che QUESTA PERSONA sono IO… Ora che so che TUTTO QUESTO appartiene a ME e a nessun altro… Sento di poter continuare a vivere la mia vita proprio come piace a me.”

Mentre Brandon continuava a parlare, piano piano si avvicinava alla porta dello studio. Molto tranquillamente la aprì, controllando se all’esterno, nella sala d’attesa, vi fosse qualcuno. Ma dal momento che lui era l’ultimo cliente della giornata, non vide nessuno. Sorrise compiaciuto, poi si rivolse di nuovo al suo dottore, che stava iniziando a dare lievi segni di nervosismo.

“Non sarò mai più schiavo di niente e di nessuno… Se non di me stesso. Mai. Più.”

Dopodiché, chiuse la porta.

E la vita continuò. Così come doveva essere…

 

 

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