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Violenza di genere – Analisi sul fenomeno (Parte 2)

Quest’oggi torniamo a parlare di violenza di genere, con il continuo dell’articolo (e del video) pubblicato in data 14 febbraio.

N.B.: Il seguente articolo è una trascrizione, e allo stesso tempo la base, del video che si trova a questo indirizzo:

Rimanendo sul tema “abusi, sindrome di Stoccolma e dintorni”, vorrei fare riferimento a un ulteriore esempio (tra i numerosi disponibili) rappresentato da un medium, spostandoci in questo caso dalla televisione al fumetto, la “nona arte” secondo una popolare definizione: la relazione tra il Joker e Harley Quinn, noti e pericolosi nemici di Batman.

Il loro rapporto nel mondo dei fumetti e dei cartoni animati esiste fin dagli anni Novanta, ma è principalmente dal 2016, con l’uscita della pellicola cinematografica Suicide Squad, che come coppia è arrivata davvero alla conoscenza del grande pubblico; ed è anche da qui che è partita una sorta di “misconception” sul loro rapporto. Infatti, nonostante nel corso dello stesso film venga a galla il fondamento abusivo della relazione, l’accoglienza e concezione generale è stata come di una sorta di “amore pazzerello”, con tanto di citazioni (“Domandina: moriresti per me? […] Troppo facile. Sei disposta a vivere, per me?”)[1] riprese e condivise da una miriade di giovani coppiette.

Le origini cartacee della loro storia mostrano però ancora più in piena luce le ombre di questo rapporto. Harley Quinn nasce come Harleen Quinzel, giovane psichiatra al manicomio criminale di Gotham City, la città in cui sono ambientate le avventure di Batman. Qui viene in contatto con uno dei più pericolosi supercriminali dell’universo fumettistico DC: il Joker, uno psicopatico assassino e calcolatore. Questi si interessa a lei, e seduta dopo seduta, bugia dopo bugia (il Joker racconta spesso a Quinzel di abusi subìti dal padre quando era bambino, ma in verità nessuna delle sue storie è confermata: ne ha una per ogni occasione, ogni volta aggiungendone o modificandone particolari, e data la sua follia è probabile che neppure lui sappia dove finisca la menzogna e inizi la realtà), il clown riesce a fare breccia nel cuore della dottoressa, la quale si innamora perdutamente di lui, arrivando persino ad aiutarlo a evadere. Nasce dunque “Harley Quinn”, la compagna del Joker.

Una volta fuori dal manicomio, però, l’idillio finisce. Ci sono momenti di serenità tra i due, Harley sogna persino una famiglia felice insieme al suo partner, al suo “Pasticcino” (o “Pumpkin”, cioè “zucca”, in originale, ossia l’affettuoso nomignolo che gli ha dato); ma il Joker è incapace di vero amore, come scoprirà Harley, e per quanto lei cerchi di compiacerlo, si trova spesso di fronte a un muro, oppure è vittima della frustrazione del criminale in caso di fallimenti di piani per l’uccisione di Batman.

Situazione emblematica è quella presentata nella graphic novel Batman: Amore folle (The Batman Adventures: Mad Love, in originale), del febbraio 1994. Qui si racconta, come si diceva poc’anzi, di come si sono conosciuti i due, e di come Harley Quinn, in tipico esempio di partner maltrattato, non riconosca le violenze commesse su di lei dal compagno come una situazione di cui è lui il responsabile, ma adducendo un giustificazionismo che tende nell’identificare in una causa esterna il vero motivo scatenante del fatto che non riesca a trovare la felicità; in questo caso, in Batman, che non fa altro che rovinare sempre i piani del suo “Pasticcino”, mettendolo di pessimo umore e dunque “costringendolo” a prendersela con lei.

Per impressionare il compagno, Harley riesce addirittura in un’impresa compiuta da pochi, sopraffacendo Batman con l’inganno e imprigionandolo in una trappola progettata tempo prima dal Joker ma da lui mai utilizzata: intende in questo modo, pur volendo manifestare il proprio valore, allo stesso tempo condividere la “gloria” dell’aver ucciso il più grande eroe di Gotham con il suo amore.

Il Joker, però, non ci sta. Avvisato della situazione, si reca furibondo sul posto; mentre guida digrignando i denti e non prestando nemmeno attenzione al fatto di stare investendo qualche passante, già si immagina i suoi colleghi criminali burlarsi di lui all’indomani di quando diverrà di dominio pubblico il fatto: “Ecco il Joker… Il tizio con la fidanzata che ha ucciso Batman!”, dice uno nella sua testa; “Oh, sì, com’è che si chiama… Sapete… Il signor Harley Quinn!”, si immagina che sentenzi un altro. Qui è in gioco più del semplice desiderio di rivalsa personale nei confronti del suo nemico di sempre, come dirà poche pagine più tardi; è anche implicito (ma neanche tanto) un timore di “castrazione” metaforica, che lo farebbe passare in secondo piano nei confronti della sua compagna femminile. Oltre che un affronto al suo orgoglio di criminale è anche un attacco alla sua virilità. Come esprime Giorgio Rifelli, “[…] attualmente la tradizionale identità maschile sta attraversando una fase di crisi profonda che chiamiamo ‘svirilità’ e che pur non avendo limitato le manifestazioni violente, le motiva diversamente perché alla violenza come semplice esercizio di potere, la mascolinità in disarmo sta sostituendo una violenza che è reazione disperata per non ammettere la propria disfatta”.[2]

Joker e Harley violenza
Il Joker procede minacciosamente verso Harley Quinn, la quale si difende terrorizzata (anche memore delle precedenti violenze), per poi buttarla già da una finestra.

Difatti, la sua reazione è violenta, distruttiva: straccia il suo stesso piano, urlando ad Harley che lei non ha compreso bene come funzioni uno “scherzo” (essendo un “comico”, almeno secondo il suo modo di vedere, alla base di ciò che architetta c’è sempre un sottofondo di umorismo macabro), dopodiché la butta giù dalla finestra. Mentre viene soccorsa dalla polizia, da terra la ragazza riesce a sibilare solamente una cosa: “Colpa mia… Non… Ho capito la battuta…”[3].

Ancora una volta, Harley si colpevolizza: la responsabilità non è del suo “Pasticcino” se è successo quel che è successo, è accaduto perché lei non è riuscita a cogliere lo scherzo. Sul finale sembra però rinsavire. “Mai più”, dice mentre viene spinta su una sedia a rotelle attraverso i corridoi dell’ospedale; “Basta ossessioni. Basta pazzie. Basta Joker. Finalmente vedo quel verme per ciò che è veramente.” [4] Proprio all’ultimo, però, basta un singolo gesto: il Joker, sfuggito alla cattura da parte di Batman, le ha fatto recapitare di nascosto una rosa con attaccato il biglietto “Riprenditi presto” nella stanza in cui è ricoverata; il suo sorriso si riaccenda, i suoi buoni propositi vengono spazzati via, il suo amore per colui che solo poche ore prima le ha probabilmente provocato svariate fratture alle ossa ritorna ad avvampare.

Come la Mrs P. con cui ha avuto a che fare Simonetta Agnello Hornby, la quale dopo aver avuto un assaggio della “libertà” è quasi sicuramente tornata da quello che con ogni probabilità è divenuto pochi mesi dopo il suo carnefice. Come la Micha Green di Law & Order: Unità Vittime Speciali, che nonostante i numerosi abusi subiti, e in più il fatto di aver assistito all’omicidio da parte del fidanzato di una persona a lei cara, ha riaccettato di far parte di una relazione che l’ha portata a una inevitabilmente dolorosa conclusione.

È un discorso complicato quello dell’accettazione, da parte della vittima, delle attenzioni nefaste dell’aguzzino nei suoi confronti. Come si diceva poc’anzi, il più delle volte è come se si formasse un morboso legame della persona maltrattata nei confronti dell’oppressore, una situazione in cui uno dei due partner pare prendere su di sé tutte le responsabilità negative del rapporto, rendendosi bersaglio delle frustrazioni del compagno quasi senza reagire.

Difficile spiegare razionalmente un meccanismo di dipendenza tossico quanto quello di una relazione violenta, in quanto entrano in gioco fattori psicologici che possono cambiare da persona a persona.

D’altronde, l’uomo si è costruito nel corso dei secoli una figura stereotipica di eccellenza: “[…] forte fisicamente, assertivo, raziocinante, strumentale, migliore dell’altro sesso che agisce solo per emotività e sentimento.”[5] Insomma, mentre la moglie è puramente la “custode del focolare”, con obbligo di servire e riverire il marito, sarebbe quest’ultimo ad assurgere su di sé i ruoli fondamentali del rapporto, instaurando una situazione in cui la prevaricazione e l’abuso divengono la normalità, null’altro che un rituale ricorrente per dimostrare in modo costante e a scanso di equivoci il proprio potere indiscusso.

Che la motivazione per cui la violenza domestica è un fenomeno ancora così radicato nella forma mentis di chi la esercita, e allo stesso tempo accettato dalle stesse donne oppresse, sia il permanere e il tramandarsi di questa “cultura dell’abuso” alle successive generazione tramite esperienza diretta? È ragionevole, si potrebbe dire, e in effetti una larga parte di chi commette violenze su coniugi e figli è stato testimone o vittima, nel corso dell’infanzia, di quegli stessi soprusi che sono ora da lui (o lei, non escludiamolo totalmente, per quanto di minor incidenza: secondo Agnello Hornby, “Si calcola che nel mondo il 6 per cento degli uomini è vittima di violenza”[6], sebbene, come si è segnalato all’inizio, altre ricerche condotte negli Stati Uniti – e dunque, c’è da considerarlo, più circoscritte per quanto riguarda culture esaminate e spazio geografico – diano percentuali assai superiori al fenomeno, addirittura neanche troppo distanti dagli abusi compiuti su donne) consumati.

È come se, in una sorta di “nemesi storica”, come la definisce sempre Agnello Hornby, i figli siano destinati spesso e volentieri a procedere a loro volta nell’instaurare dinamiche assimilabili a quelle con cui sono cresciuti, che sia sotto forma di esecutore o di oppresso. Un circolo della violenza, una catena potenzialmente infinita che trae le sue radici dagli albori stessi del consorzio umano.

Entra qui in gioco una questione insita nel discorso introdotto: in un mondo in cui la direzione più evidente sull’argomento “differenze di genere” riguarda il raggiungimento di un trattamento paritario in cui ognuno dei due partner abbia eguale valore nella vita, nel lavoro e all’interno della coppia, secondo quale procedimento mentale una donna che abbia, in linea teorica, pari opportunità di crescita personale e sociale si introduce in una situazione relazionale con un altro essere umano in cui manchi la reciprocità e la libertà? Soprattutto se consideriamo come fattori quali l’ignoranza o la povertà non sono elementi fondanti per la perpetrazione e l’accettazione delle violenze di genere: a quanto pare infatti “La violenza è trasversale alle classi sociali e al censo; colpisce donne di tutti i livelli di istruzione e di tutte le professioni. […] In Italia la violenza è più frequente tra le laureate, le diplomate, le dirigenti, le libere professioniste, le imprenditrici, le funzionarie e le impiegate. […] Il titolo di studio non distingue gli uomini violenti da quelli non violenti, così come non distingue le vittime”[7].

Alla luce di ciò, dunque, cosa distingue esattamente una donna che subisce la violenza accettandola da una che rifiuterebbe il partner appena avesse esperienza di maltrattamenti, se ceto e istruzione possono equivalersi? In che modo si differenzia un uomo che rifugge la violenza da un altro che la pratica in modo quasi quotidiano, se ricchezza e titolo di studio non sono un importante fattore di determinazione? Secondo Marco Deriu, professore di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Parma, “[…] non è possibile ‘naturalizzare’ la violenza maschile, ovvero attribuirla ad un qualche carattere originario – biologico, etnologico o psicologico – degli uomini in quanto tali, determinando in qualche modo una connessione univoca tra maschilità e violenza. È altrettanto chiaro infatti che non tutti gli uomini sono violenti e che la violenza fisica – pur riguardando percentualmente più maschi che femmine – non è appannaggio unicamente degli uomini.[8]

Insomma, è una questione complessa.

Ritornando al discorso di partenza, appurata la diffusione, ma allo stesso tempo la non universalità, del concetto di abuso e maltrattamento, in quale maniera si può spiegare la sua esistenza se non persino il suo incremento (secondo i dati Istat, in Italia circa 3 donne su 10 hanno subìto violenza nel corso delle loro vite, e mentre per quanto riguarda le denunce da parte di vittime e le condanne dei persecutori esse siano a quanto pare in aumento di anno in anno, sebbene non abbiano ancora raggiunto numeri elevatissimi, la percezione è che nonostante le pari opportunità e l’uguaglianza dei diritti, la violenza sulle donne negli ultimi anni non è in verità diminuita, ma anzi, sembrerebbe quasi essere aumentata o comunque né è accresciuta l’efferatezza) in una società in cui ormai uomini e donne hanno sempre più eguali possibilità di venire istruiti e diventare cittadini con una coscienza sociale evoluta? Preso nota del fatto che l’esperienza diretta del maltrattamento fisico e/o psicologico è sì un fattore importante, ma non necessario, per il verificarsi della prevaricazione o dell’accettazione all’asservimento in età adulta, una possibile spiegazione potrebbe forse, senza sbilanciarsi e tenendolo da conto solo come fattore molto generalizzato, risiedere nel verificarsi di una sorta di “osmosi culturale”; un procedimento attraverso il quale il fenomeno della violenza diviene parte integrante della persona perché connaturato agli stessi meandri della struttura della società cui apparteniamo, per quanti sforzi si stiano facendo per cambiare in meglio la situazione.

Nel caso, naturalmente questo è solo un ulteriore stimolo per il raggiungimento di un “punto di non ritorno”, sempre ammesso che esista, oltre il quale l’individuo non si senta più in diritto di arrogarsi a carnefice dei più deboli o emotivamente instabili.
Non resta che fare il possibile perché questo genere di situazioni, in un futuro più o meno lontano, divengano un ricordo gradualmente più sfocato, pur prendendo atto che un totale sradicamento del fenomeno è abbastanza improbabile, in quanto facente parte della manifestazione sociale del circolo della violenza, che molti considerano inscindibile (seppur non imprescindibile) dalla natura della specie umana.

[1] Suicide Squad, regia di David Ayer, Warner Bros. Pictures, 2016.

[2] Lo sguardo della vittima. Nuove sfide alla civiltà delle relazioni. Scritti in onore di Carmine Ventimiglia, a cura di Alessandro Bosi e Sergio Manghi, casa editrice FrancoAngeli, 2009

[3] Batman: Amore folle, di Paul Dini e Bruce Timm, editore DC Comics (in America) e Play Press (in Italia), 1994.

[4] Ibidem

[5] Il male che si deve raccontare. Per cancellare la violenza domestica, di Simonetta Agnello Hosnby con Marina Calloni, casa editrice Feltrinelli, 2013.

[6] Ibidem

[7] Il male che si deve raccontare. Per cancellare la violenza domestica, di Simonetta Agnello Hosnby con Marina Calloni, casa editrice Feltrinelli, 2013.

[8] Lo sguardo della vittima. Nuove sfide alla civiltà delle relazioni. Scritti in onore di Carmine Ventimiglia, a cura di Alessandro Bosi e Sergio Manghi, casa editrice FrancoAngeli, 2009

 

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