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Sull’intrattenimento moderno – Vivziepop e Alan Ituriel

Il seguente articolo è stato scritto da Martino De Falco, pertanto potrebbe non rappresentare l’opinione del gestore del sito.

La settima arte è la più affascinante ed elaborata, perché capace di ritrarre la realtà in movimento o, addirittura, di riprodurre in sequenza più opere delle altre arti. Un esempio sono i cartoni animati: una serie di disegni trasmessi in sequenza a intervalli di millesimi di secondo che creano magicamente movimento e, in questo magico muoversi delle cose, narrano una storia su uno schermo a disposizione di cento, mille, milioni di spettatori.

Il cartone animato è una forma di intrattenimento nata principalmente per divertire e distrarre il pubblico, portarlo in una realtà diversa da quella di tutti i giorni. Sarebbe, nonostante tutto, un errore definire senza pietà l’intero genere dell’animazione come comico o leggero: molti sono i cartoni animati che hanno trattato e trattano temi per adulti, in chiave ironica o seria, ma accomunati dall’ambientazione: un mondo nuovo, diverso dal nostro, dove si possono prendere più libertà.

Dai primi corti degli anni 20 e 30 dello scorso secolo ad oggi, il genere dell’animazione ha subito progressi notevoli nella qualità dell’animazione e della presentazione delle immagini e dei concetti. Sfortunatamente, non sempre questo salto di qualità nella presentazione è direttamente proporzionale a un analogo balzo nella qualità dei contenuti e dei temi trattati.
In questo breve saggio ne verranno analizzati due, di questi esempi: le opere in questione sono Villanous e Hazbin Hotel.

I due personaggi più iconici delle rispettive serie: Black Hat (Villainous) e Alastor (Hazbin Hotel).

Trattasi di due opere ancora acerbe, ma nonostante questa loro condizione sono state capaci di radunare attorno a sé un pubblico relativamente vasto, con spettatori sparsi per tutto il mondo: verrebbe da chiedersi il perché del successo di due cartoni animati fermi soltanto al primo episodio, e per capire il perché della loro immensa popolarità è bene analizzare la struttura narrativa e stilistica dei due casi in questione.

Gli autori di Villanous e Hazbin Hotel sono giovani artisti alle prime armi, che hanno iniziato prima come fumettisti. È proprio in questo ambito che hanno potuto vedere la luce alcuni dei personaggi che poi avremmo potuto rivedere sul piccolo e medio schermo, ma parliamone con ordine.

Villanous, serie nata come fumetto, il cui soggetto e produzione sono a cura di Alan Ituriel, giovane fumettista e disegnatore. L’idea di base su cui ruota la storia che viene raccontata in Villanous è apparentemente originale, ossia una storia raccontata dal punto di vista dei “cattivi” (sottolineo apparentemente, poiché già sono esistiti in passato progetti i cui soggetti poggiavano le proprie basi sulla medesima idea), in questo caso trafficanti di armi che offrono i propri servizi a diversi criminali sparsi per tutto il mondo.

Hazbin Hotel, serie ispirata a Zoophobia (un fumetto promettente, ma bruscamente interrotto proprio per lasciare spazio alla produzione e realizzazione della serie animata), è un lavoro di simile levatura, ma che si differenzia per ambientazione e, soprattutto, per la mancanza di un vero e proprio “antagonista”, che esso sia occasionale o stabile (almeno per ora). La serie è ambientata all’inferno, immaginato dall’autrice Vivziepop come un luogo molto simile al nostro mondo di tutti i giorni: demoni e dannati convivono e sono presenti mezzi di comunicazione di massa (TV, Giornali, Cinema), proprio come sono presenti tematiche comuni alla nostra realtà, quali prostituzione, tossicodipendenza e criminalità. Questo inferno è un luogo instabile, caratterizzato da lotte continue tra i demoni che lo abitano, che combattono tra di loro come fossero signori della guerra di uno stato fallito, con gli stessi brutali mezzi, con la sola differenza che nessuno muore o si fa male sul serio (come in uno dei migliori fumetti di René Goscinny).
I protagonisti di questa storia, consci del caos e della perdizione, sognano di trasformare la loro terra natia in un luogo di pace e di vacanze e, per farlo, decidono di aprire un Hotel dove accogliere i dannati dell’inferno senza una casa.

In entrambi i progetti vediamo un simile svolgersi sia della narrazione, con un umorismo molto simile e con personaggi spiccatamente macchiettistici dal primo episodio, che dell’accoglienza da parte del pubblico del lavoro finale. Viene quindi da chiedersi perché, se entrambi i prodotti sono ancora solo all’episodio pilota, siano soggetti a tutto questo seguito da parte del pubblico; la spiegazione, in apparenza complicata, in realtà è molto semplice: sono proprio le macchiette che causano tutto questo furor di popolo, con le loro caratterizzazioni minime, le loro buffe facce, espressioni, movenze, capaci di far volare la fantasia degli spettatori arrivando addirittura a far nascere capolavori dell’oscenità, negli schizzi e nelle caricature ideate e realizzate dalla calca di fan dei due show.

È giusto ricordare che entrambe le serie sono solo al primo episodio, ma la presenza di un seguito così acceso e numeroso, con tutto ciò che esso produce, fa presagire che sia tutto stato già scritto: gli autori, Alan Ituriel e Vivziepop, nonostante siano emergenti, non sono sprovveduti. La loro idea di animazione, con dei personaggi che rappresentano una caricatura fin troppo accesa di ciò che sono e che finiscono da subito per diventarne una di sé stessi, sono stati ideati fin da subito per quel determinato scopo: attirare pubblico, non importa la qualità dopotutto, ma la quantità: il cattivo che si comporta da cattivo perché sì, il maschio dominante, il passivo (per paura o per piacere, funziona in entrambi i casi), gli schiavi del cattivo che si comportano da imbecilli, personaggi piatti, sia tra protagonisti che antagonisti; buoni, ma soprattutto cattivi con un solo tono, modelli fatti con lo stampino che non funzionano più e per questo si affiancano a stereotipi estetici e comportamentali/pseudo-sessuali, per ingraziarsi il grande pubblico.

Se si pensa, però, alle idee di base, non tutto è perso e nulla è irrimediabile: la soluzione sarebbe concentrarsi più su ciò che si ha da raccontare che sugli attori che raccontano, sul palcoscenico, la storia, su dei temi nuovi, su un ribaltamento di tutte le regole, con un nuovo grande schema delle cose: non più buoni o cattivi, angeli o demoni, ma umani.

Ma dubito seriamente che ai due artisti e autori interessi seriamente tutto questo; riprendendo le parole dette anni fa dal maestro, il grande attore, doppiatore e regista Francesco Pannofino:
“La qualità c’ha rotto il cazzo: VIVA LA MERDA”.

 

 

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